Informazioni personali

Una mente nostalgica che butta sempre un occhio al passato e l'altro pure! Affetta da Anglofilia acuta, divoro compulsivamente serie tv, musica anni '90 e la mia wishlist libresca copre esattamente la distanza da Thornfield Hall a Magrathea.

24 feb 2017

Parole, immagini e suoni. Il mio 2016 #3 Suoni

Ultimo post che finalmente chiude il bilancio del mio 2016 per quanto riguarda libri, serie tv e musica. Sono talmente in ritardo che sono riuscita a farmi doppiare, in senso automobilistico, anche dal Festival di Sanremo! Ma tant'è. E così come la kermesse canora, De Filippi e scimmia nuda a parte, mi è parso un po' sotto tono, così anche il mio anno musicale non ha riservato grosse sorprese. Per questo motivo è stato ancora più difficile uscire dalla mia comfort zone.
Complici le vicissitudini logoranti che purtroppo per me ho dovuto sperimentare, è stato come da tradizione per il Geppiness state of mind, un anno all'insegna della nostalgia. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.
Come si evince dalla mia mini-biografia sono un'inguaribile nostalgica. Poi non dite che non vi avevo avvisati!
Solo che se, in genere, mi spingo indietro fino agli anni dell'adolescenza, momento in cui raggiunsi il picco di onnivorismo musicale, nel 2016 mi sono spinta oltre, approdando fino alle assolate spiagge degli anni'80. "Strade? Dove andiamo noi non ci servono strade", ma chiome cotonate e costumi sgambati a tinte fluo si!

La memoria mi ha riportato così ad una delle voci che più evocano la mia infanzia, quella di Giuni Russo.
In particolare mi sono messa alla ricerca di una sua canzone di cui non ricordavo il titolo ma che ero certa non si trattasse di una delle sue famosissime e più "commerciali" hit come "Un'estate al mare". 
E finalmente, grazie a YouTube, l'ho scovata.
Sto parlando di "Mediterranea" , singolo estratto dall'omonimo album pubblicato nel 1984. Riascoltandola ora, l'emozione è la stessa ma molto più consapevole. Questo bellissimo pezzo ha infatti quella malinconia di fondo che attrae anche l'orecchio più spensierato ma che solo con l'esperienza si può comprendere fino in fondo. Fu scritto dalla stessa Russo che, di origini siciliane, nel "primo sole" e nelle "lampare che vanno a dormire" rievoca probabilmente la sua terra d'origine. Va da sé che dopo innumerevoli ascolti sono andata alla ricerca dell'intero album, rimanendone felicemente sorpresa e accattivata. 
Brani come "Una sera molto strana" e "Babilonia" mostrano la ricerca e la voglia di sperimentare nuove sonorità da parte della cantautrice. Siamo lontani anni luce dalle canzonette estive a cui spesso si associa la sua figura ma che comunque l'hanno resa celebre al grande pubblico.
 Trovo però che proprio questo album sia un ottimo punto di partenza per conoscere ed apprezzare la vera essenza di questa straordinaria artista che purtroppo ci ha lasciati troppo presto.


Complice un mega recupero di una serie tv, mi sono imbattuta poi in quella che è stata forse la canzone dell'anno per me.
Credo di averla ascoltata a ripetizione almeno una volta al giorno da allora. Senza fare troppi spoiler, per chi ancora non l'avesse vista, nella puntata 5x02 di "Once upon a time" Henry, il più giovane tra i protagonisti, ha appena trovato il coraggio per avvicinarsi a Violet e, per rompere il ghiaccio, le porge una delle sue cuffiette dell'ipod. Parte un pezzo dall'inequivocabile sound degli anni '80 che mi manda in brodo di giuggiole.
La canzone incriminata è Only you degli Yazoo.
Gli Yazoo sono un duo britannico formato da Vince Clarke ed Alison Moyet nel 1981.
Quando mi misi a cercare informazioni su di loro il nome di lui non mi era affatto nuovo.
Vince Clarke infatti è stato non solo il fondatore, nonché primo leader dei Depeche Mode, ma anche cantautore e tastierista degli Erasure. Un pilastro del synth-pop anni '80, in parole povere. E così, svelato l'arcano, nel brodo di giuggiole poi mi ci sono tuffata in triplo salto mortale carpiato con doppio avvitamento!


L'unico che è riuscito a tirarmi fuori da questo tunnel temporale è stato un insospettabile.
Ma prima devo fare una piccola confessione.
Devo ammettere di ascoltare pochissima musica italiana, fatta eccezione per quella dei grandi cantautori e interpreti come Pino Daniele, Dalla, Ruggeri, Mango.
Tra le donne apprezzo molto la Berté, la Mannoia, la Nannini e poco altro. C'è anche un legame affettivo che mi lega a loro, perché le loro musicassette giravano in casa mia quando ero ragazzina e faranno sempre parte dei miei ricordi musicali. Mi rendo conto però di essere ignorante in materia e, a parte qualche rara eccezione, negli ultimi anni ho trovato pochi stimoli a scoprire le "novità" della musica italiana e me ne dispiaccio, in un certo qual modo. Mi rendo conto della bravura di artisti come la Pausini, Giorgia, i Negramaro ma mentirei se dicessi di ascoltarli regolarmente.
 Vasco è stato molto presente anche nella mia di adolescenza, ma poi è rimasto lì con gli 883 e i Roxette. Tra i ricordi belli, comunque.


Sull'onda degli Yazoo e del pop elettronico mi sono ricordata invece di un gruppo che ascoltavo con piacere negli anni'90 e che quelle sonorità non solo le masticava benissimo ma riusciva a trasformarle in qualcosa di più coraggioso. Sto parlando dei Bluvertigo, band capitanata da Morgan, al secolo Marco Castoldi, che tutti hanno imparato a conoscere negli ultimi anni grazie alla sua partecipazione come giudice nel talent show X Factor. 
Ebbene si, l'insospettabile è proprio lui.
Ho riascoltato con piacere brani come Cieli neri, Altre forme di vita, Fuori dal tempo. Riscoprendo quelle caratteristiche sonorità elettroniche e dissonanti, che sono un po' il marchio di fabbrica dei Bluvertigo, sono andata oltre ed ho "scoperto" la rara bellezza dei lavori di Morgan da solista.
Altrove è stata per me come l'illuminazione sulla via di Damasco.
La musica italiana, questa sconosciuta, mi investe in piena faccia con quello che è uno dei brani più belli mai scritti. Dal testo, all'interpretazione, fino agli arrangiamenti, questa canzone è pura poesia. Una di quelle che non solo non smetteresti mai di ascoltare ma che ad ogni ascolto ti fa scoprire qualcosa di nuovo, magari un particolare suono a cui non avevi fatto caso, una sfumatura nel testo che non avevi colto. Ogni volta è come ascoltarla per la prima volta.
Gli album Canzoni dell'appartamento e Da A ad A sono delle vere e proprie esperienze musicali.
E così è un po' con tutti i brani di Morgan, mai scontati, non solo nel testo ma soprattutto nella musica. Ciò che è incomprensibile è come ad un artista così poliedrico, geniale ma anche colto e raffinato venga anteposto il 'personaggio' che può piacere o non piacere ma che non dovrebbe mai sminuire la persona che solo nell'artista trova la sua piena espressione.
Giuro, mi è uscita così. Non l'avevo preparata. Mi sono fatta prendere la mano.
Effetto Morgan!

Questo excursus musicale alla fine mi ha fatto rendere conto che il 2016 così sottotono poi non lo è stato. Come nella lettura mi propongo però, per questo 2017, di ampliare un po' i miei orizzonti.

-Disclaimer-
Così come per le recensioni di libri e serie tv, ci tengo a sottolineare che queste sono solo opinioni di una semplice 'fruitrice'. Non ho le competenze necessarie per farne un'analisi critica.
 In nessun campo di quelli sopracitati posso definirmi un'esperta.
Scrivo di ciò che mi piace e non mi piace solo in base ai miei gusti PERSONALI.
Che nessuno si senta offeso insomma. Vengo in pace.






Pace & chiome cotonate
Stay tuned





30 gen 2017

Parole, immagini e suoni. Il mio 2016 #3-Immagini

Breve storia triste di una malata teleseriale.
C'era una volta la mia vita sociale, poi è arrivato Netflix e...ciaone proprio!
Eh già. Anch'io, come circa altri 90 milioni di individui al mondo, sono caduta nella rete, e mi si consenta il gioco di parole, della nota piattaforma di streaming online.
Fiumi di parole si sono sprecati per tentare di spiegarne il successo.
Interminabili pipponi socio-economici sono apparsi a cadenza regolare su riviste del settore e non.

Questo servizio offre, a prezzi accessibilissimi, un catalogo vario e originale, che cresce di giorno in giorno ed al quale si può accedere nella modalità che si preferisce. Tra film, serie tv, documentari e tanto altro c'è l'imbarazzo della scelta per tutta la famiglia. Dallo scorso settembre inoltre, grazie ad un accordo con la Disney, il catalogo si è arricchito di tanti contenuti anche per i più piccoli. A questo punto non serve un trattato di economia per comprenderne il sempre più crescente successo su scala mondiale. Lo spettatore moderno è perlopiù squattrinato ma dispone, bene o male, di una connessione internet. Ha i suoi tempi e vuole intrattenimento, possibilmente accontentando tutta la famiglia.
Netflix viene incontro a tutti questi bisogni. Con pochi euro al mese si può accedere alla versione base e in men che non si dica ti ritrovi a guardare una stagione intera di una serie tv in un giorno solo.
 Da qui il termine bingewatching, o, se preferite, la maratona divanesca de 'noantri, disciplina nella quale, modestamente, sono campionessa olistica, per dirla alla Dirk Gently.

Altro fattore vincente è, indubbiamente, la scelta di Netflix  di crearsi i contenuti da sé: film, serie tv e documentari originali, prodotti con i propri soldini, fruibili nella loro interezza non appena vengono messi online. Contenuti vari che incontrano i gusti degli spettatori più diversi non solo per età, come già anticipato, ma anche per cultura. Una delle ultime serie che mi è capitato di seguire, per esempio, è un thriller fantascientifico prodotto interamente in Brasile. 3%, il titolo della serie, che ha conquistato tutta l'America latina ma che non ha nulla da invidiare a serie analoghe andate in onda negli ultimi anni in Europa o Stati Uniti.

No, non sono stata pagata da Netflix per intessere questo panegirico, se qualcuno se lo stesse chiedendo.
Non ho potuto fare a meno di notare però, dando uno sguardo al mio anno telefilmico, che la maggior parte delle immagini che l'hanno segnato provengono, in larga misura, da questa piattaforma. Mi sembrava perciò anche giusto spiegarne i vantaggi, nel caso qualcuno ne fosse interessato. Come altrettanto giusto è sottolineare il fatto che se siete alla ricerca di un sito di streaming online che vi proponga blockbusters in prima visione et similia, Netflix non fa per voi.

Ma torniamo alla sottoscritta e al diario per immagini del 2016.
A me il passatempo visivo appassiona di più sulla lunga distanza, non ci posso fare nulla.
Certo amo anche i film, soprattutto quelli datati.  Ma per quanto riguarda le nuove uscite spesso il prezzo proibitivo del biglietto del cinema mi frena.
Da quest'anno però, impegni permettendo, vorrei approfittare del Cinema2day, l'iniziativa del Ministero dei Beni culturali che ogni secondo mercoledì del mese ci permette di andare al cinema al costo di 2 euro.
In ogni caso quest'anno è stato davvero un anno ricco di belle storie.
Non le cito tutte ovviamente, sarebbe impossibile.
Voglio però spendere due parole su quelle serie che, per un motivo o per un altro, mi hanno conquistato al 100% e che continuerò senz'altro.
Nello specifico parlo di Jessica Jones, Stranger things e The Crown. Tutte e tre serie targate Netflix, ecco perché il polpettone iniziale era una doverosa premessa.



MARVEL'S JESSICA JONES


Pubblicata a novembre del 2015, è stata la serie che ha inaugurato il mio anno telefilmico 2016.
Con Jessica Jones prima, e con Daredevil e Luke Cage poi, Netflix si è creata il suo personale micro universo Marvel all'interno di quel macro MCU, il Marvel Cinematic Universe, che ci tiene compagnia dal 2008. Quello di Thor e compagni, per capirci.
E lo fa perché, se è vero che queste storie vanno a incastrarsi perfettamente con gli eventi del filone principale, esse sono però caratterizzate da uno stile ed un'identità del tutto personali, che le portano a differenziarsi, non solo dall'universo madre, ma anche l'una dall'altra. La bravura degli attori, ma anche costumi, scenografie e musiche fanno sì che questa costola dell'universo Marvel si discosti dalle mastodontiche e roboanti imprese di dei norreni e miliardari eccentrici, pur continuando a condividerne la realtà narrativa. In Jessica Jones, ad esempio, l'atmosfera è più dark. Grazie anche ad un'azzeccatissima colonna sonora, firmata da Sean Callery-già vincitore di un Emmy per la soundtrack della serie tv 24- veniamo calati in un clima molto simile a quello dei classici noir. Ed è proprio questo aspetto che mi ha subito catturato.

 Uno dei personaggi più recenti dell'universo Marvel Comics, Jessica Jones è stata creata da Brian Michael Bendis e disegnata da Michael Gaydos nel 2001. Un esempio di quei personaggi cosiddetti a continuità retroattiva. Gli autori cioè l'hanno presentata come un personaggio già esistente ma che non era stato approfondito, legandola, grazie a questo espediente, ad altri personaggi cardine del mondo Marvel, Peter Parker e Tony Stark tra gli altri.
Ha una mente molto sviluppata, il che la rende un'investigatrice dotatissima, ma ha anche una forza sovrumana ed è capace di levitare. A seguito di un evento traumatico, provocatole dall'Uomo Porpora, inizierà a soffrire di PSTD, disturbo post-traumatico da stress. Deciderà così di abbandonare la vita da supereroe e aprire un'agenzia investigativa privata, la Alias investigations.
La serie parte proprio da questo momento. Nei panni della protagonista la bravissima Krysten Ritter, la Jane Margolis di Breaking bad. L'attrice riesce a rendere palpabile tutto quel disagio che il personaggio si porta dentro. La Jessica che ci viene presentata qui in fondo non è più un supereroe, ma si trova a dover combattere ancora una volta con i demoni del suo passato che, per una serie di circostanze, riaffiorano nel suo presente.

Faremo così la conoscenza di Kilgrave, l'Uomo Porpora, interpretato da un impeccabile David Tennant, entrato nel cuore di tanti grazie alla sua interpretazione del Decimo Dottore in Doctor Who.
Nonostante abbia apprezzato tantissimo anche Daredevil e Luke Cage, tra le tre Jessica Jones rimane la mia serie preferita. I suoi conflitti interiori, il suo altruismo, nonostante la paura che la paralizza, le sue fragilità, ma anche la sua forza mi hanno davvero appassionata. Sia Jessica che Kilgrave vengono esplorati psicologicamente in modo convincente ed avvincente. Tanti altri aspetti sono sicura che verranno approfonditi nel corso della seconda stagione.
Anche se prima di vederla ce ne vorrà...
Nel prossimo mese di marzo infatti, alle tre serie citate se ne andrà ad aggiungere una quarta, Iron fist, basata sull'omonimo personaggio della Marvel Comics. La quaterna di supereroi andrà poi, sempre nel corso del 2017, a convergere nel crossover The Defenders andando così a completare le fondamenta di questo micro universo Marvel targato Netflix.
Insomma siamo solo all'inizio!




STRANGER THINGS


Non mi dilungherò molto in questo caso perché su questa serie, creata dai fratelli Duffer, è già stato detto di tutto e di più.
Probabilmente è stata, assieme a Westworld, della HBO, la serie dell'anno.
Buona parte del suo successo è dovuto certamente all'effetto nostalgia.

Ambientata nel 1983, grazie anche alla sempre crescente retromania che soprattutto in ambito cinematografico negli ultimi anni ha prodotto decine di remake, reboot, retelling di grandi successi del passato recente, ha conquistato non solo i figli degli anni '80 come me ma anche le nuove leve. Pur attingendo a piene mani dal passato Stranger things ha però in sé tutte le caratteristiche dello storytelling moderno. Con questo intendo nello specifico il tipo di narrazione adottato: in pochi episodi, 8 in questo caso, abbiamo un'inizio, lo sviluppo della storia ed una fine. Nonostante molte domande, dopo l'epilogo, rimangano senza risposta, invogliandoci a saperne di più, si ha comunque la sensazione che l'arco narrativo sia definitivamente concluso. Una formula questa che si sta sempre più diffondendo tra le serie tv. Le già citate Jessica Jones, Westworld, e tante altre seguono questo modello. Una sorta di film lungo, se vogliamo chiamarlo così, che ha attirato a sé anche i più restii alle storie a episodi.

Al centro di questa storia ci sono quattro ragazzini, amici per la pelle. Uno di loro, Will Byers, scompare misteriosamente. Nello stesso momento una loro coetanea scappa da una sorta di laboratorio segreto situato nei pressi della cittadina fittizia dell'Indiana dove si svolgono i fatti. Durante la sua fuga incontrerà i tre amici di Will: Mike, Lucas e Dustin, che si sono messi alla ricerca del loro amico scomparso. Faremo così la conoscenza della piccola Undi,  chiamata così dagli altri per il numero undici tatuato sul suo braccio*, dello sceriffo Hopper, capo della polizia locale, di Joyce e Jonathan, rispettivamente madre e fratello del bambino scomparso, e di altri personaggi secondari che hanno però tutti un ruolo importante da giocare in questo piccolo grande puzzle.


Le atmosfere sin da subito ci riportano indietro nel tempo. Siamo negli anni '80 e i rimandi ad altri film, oggetti e musica della cultura pop di quel periodo si sprecano. A partire dalla colonna sonora, con il synth che la fa da padrona, e proseguendo con il cast. Da una Wynona Ryder in grande spolvero, che interpreta magistralmente la disperata e nevrotica Joyce, madre di Will, a Matthew Modine, il marine Joker di Full metal jacket, che veste i panni di quello che possiamo definire il villain della storia.
Di sicuro però chi ha definitivamente conquistato il mio cuore e mi ha fatto innamorare di questa serie sono i bambini, i protagonisti. Su tutti spicca la bravissima Millie Bobby Brown, "Undici", che con la sua espressività mi ha fatto commuovere, arrabbiare, tifare per lei e i ragazzi. Una combriccola che ne porta alla mente altre, dai Goonies di Spielberg, ai sette amici di Derry protagonisti di It di Stephen King, con tutto il loro bagaglio sci-fi e horror al seguito.
Tra i pochi dettagli trapelati riguardo alla prossima stagione c'è quello che vuole proprio uno dei protagonisti dei Goonies, Sean Astin, come new entry nel cast. Staremo a vedere!

*Nella versione originale i ragazzi la chiamano Elle da eleven



THE CROWN


Ed ecco infine l'ultima serie con la quale si è concluso il mio 2016 telefilmico.
Iniziata per noia e con l'unico scopo di vedere Matt Smith "svestire" i panni del Dottore, si è rivelata una delle serie preferite dell'anno.
Intendiamoci, io vado matta per i period drama, ma sinceramente ero un po' restia nei confronti di The Crown, dato che da poco ho recuperato quel capolavoro del 2006 di Stephen Friars, The Queen, con Helen Mirren nei panni della regina Elisabetta, e non credevo di trovare niente che potesse eguagliarlo.

Ma ci sono tanti modi di raccontare una storia e Netflix ha deciso di farlo partendo da quando Elisabetta II era ancora Lilibeth, una principessa che vedeva ancora lontano quel trono ma che ben presto ha dovuto occupare. Viviamo così con lei i timori, i dubbi di una giovane inesperta che si ritrova Regina del Regno Unito senza aver avuto un'adeguata preparazione.
Vediamo crescere in lei la consapevolezza che per salvaguardare la pace del Regno spesso dovrà sacrificare la pace della propria famiglia e che per tenere testa al primo ministro e agli uomini di potere avrà bisogno di una preparazione adeguata. E combattiamo con lei mentre si fa strada per abbattere i pregiudizi di chi, a causa della giovane età ed il sesso, la reputa incapace di governare.  La prima stagione conta 10 episodi. Parte dal matrimonio tra Elisabetta e il principe Filippo (1947) e si conclude all'incirca nel 1955, anno delle dimissioni di Churchill. Il progetto di Netflix è ambizioso: questa dovrebbe essere la prima di sei stagioni. Ogni due anni il cast andrà rinnovato, invece che invecchiato con il trucco. Queste per ora sono solo voci di corridoio. Chi vivrà vedrà.

Di questa prima stagione ho amato molti aspetti. L'interpretazione degli attori prima di tutto.
Claire Foy è perfetta nei panni di Elisabetta e mi ha davvero colpito Matt Smith che qui interpreta il principe Filippo, un ruolo così diverso da quello con cui l'avevo conosciuto.
Ma le interpretazioni che ho amato in assoluto sono state quelle di Vanessa Kirby che presta il volto alla Principessa Margaret e John Lithgow nei panni del primo ministro Winston Churchill.
Quest'ultimo in particolare mi ha davvero spiazzata. Per mia ignoranza ricordavo l'attore solo per la serie Una famiglia del terzo tipo (3rd Rock from the Sun). Vederlo in un contesto lontanissimo da questo, calato perfettamente in un personaggio complesso come quello di Churchill, mi ha a dir poco incantata.

Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è che la Storia non fa da semplice contorno.  L'azione è interessante anche fuori da Buckingham Palace. Assistiamo ad esempio ai test sovietici della bomba atomica, così come alle prime avvisaglie della Crisi di Suez e addirittura un intero episodio è dedicato al "Grande smog" di Londra del 1952, che causò gravi problemi respiratori e uccise migliaia di persone.
E poi chiaramente ho adorato i costumi, gli ambienti e tutte le caratteristiche tipiche del period drama, tanto che, una volta finito, ho avuto il "blocco telefilmico" che è tale e quale al "blocco del lettore". Sono rimasta cioè intrappolata tra le mura dei palazzi inglesi e ancora non riesco ad uscirne. Così, visto che ci sono, mi sono buttata a capofitto su Downton Abbey.
Scorgo un altro tunnel all'orizzonte. Ma quale orizzonte...Ci ho già messo la carta da parati!



Pace & maratone olistiche
Stay tuned




15 gen 2017

Parole, immagini e suoni. Il mio 2016 #2-ANCORA PAROLE

Riprendo un po' da dove avevo lasciato per concludere in qualche modo la parte libresca del mio 2016. Vorrei parlare di tre libri che in qualche modo hanno disatteso le mie aspettative, o hanno qualche difetto che non mi ha permesso di apprezzarli completamente.
Sono romanzi per cui provo sentimenti contrastanti perché non sono state delle brutte letture in fondo, ma non mi hanno neanche convinto a pieno. Dei libri un po "meh", diciamo.

Inizio da quello che ho letto prima e che mi ha delusa di più. Probabilmente è successo perché gli facevo la corte da tempo immemore, visto il suo prezzo proibitivo. Quando me lo sono ritrovato tra le mani, scontato del 50%, ero felicissima. Finito di leggere ero arrabbiatissima.
 Ma andiamo per gradi.


 I MAESTRI OSCURI 






Titolo: I maestri oscuri
Autore: Karen Maitland
Editore: Piemme
Data di uscita: 14/07/2009
Pagine: 466



Se sulla copertina, tra l'altro bellissima, c'è scritto "thriller storico" uno si aspetta quello che c'è scritto. Sul fatto che sia un romanzo storico non ci sono dubbi. Ci sono elementi mystery, è vero, ma non fanno di quest'opera un thriller.
La parte storica invece è non solo sviluppata con maestria ma porta all' attenzione del lettore un fenomeno poco conosciuto della storia medievale: il beghinaggio.

-ALCUNI CENNI STORICI-
Nelle Fiandre, ma anche in parte della Francia e della Germania, nel corso del XII secolo molte donne sole di bassa estrazione sociale, spesso rifiutate dai conventi femminili che preferivano accogliere donne nobili, si riunivano nelle periferie delle città, pregando e dedicandosi ad attività manuali. Col passare del tempo molte di esse si riunirono in comunità, denominate beghinaggi (probabilmente dal francese begard, mendicante). In realtà le beghine non mendicavano ma producevano esse stesse ciò di cui avevano bisogno e si dedicavano a lavori manuali come la filatura e la tessitura della lana.
Queste donne non erano suore, non prendevano i voti ed erano libere di tornare alla loro vita, qualora ne avessero il desiderio. Erano una sorta di suore laiche, che vivevano in castità e si dedicavano alla carità. Molte comunità infatti si dedicavano alla cura dei malati e all'accoglienza di donne sole e in difficoltà. Le istituzioni ecclesiastiche guardavano con sospetto la nascita di queste associazioni in seno alla Chiesa, oltretutto portate avanti da donne. Furono accusate di diffondere eresia, furono represse e molti istituti furono soppressi. Molti di questi edifici però sono sopravvissuti fino ad oggi. 

Il famoso beghinaggio di Bruges, in Belgio, ne è un esempio. Nel 2002 è stato dichiarato Patrimonio dell'Unesco.
(Fonti: Wikipedia; Eresie.it; easyviaggio.com)


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Anche se in Inghilterra fu un fenomeno che non prese piede, è proprio qui che si svolgono le vicende del romanzo della Maitland. 

Qualche cenno sulla TRAMA: Siamo nel 1321, una comunità di beghine, partite dal nord della Francia, ha deciso di stabilirsi a Ulewich, fittizia cittadina inglese, per portare aiuto ai bisognosi e trasmettere così un messaggio di pace. 
La libertà che queste donne rappresentano sembra minare le certezze della piccola realtà contadina generando sentimenti di sospetto da parte dei maestri oscuri, una sorta di setta del luogo. Questi si rendono conto dell'influenza che le beghine esercitano sulla gente comune, vessata da tempo dai loro soprusi, e sentendosi minacciati dal loro potere fanno in modo di renderle colpevoli agli occhi del popolo.  Quando inizieranno ad accadere fatti inspiegabili, come uccisioni di animali, raccolti distrutti e addirittura lo scoppio della peste, verranno additate come streghe, responsabili di questi atti criminosi.  



Ciò che più ho apprezzato di questo romanzo è, come già accennato, l'aspetto storico. Sin da subito si ha la sensazione di trovarsi catapultati nel medioevo.
Ogni capitolo ci viene narrato da un personaggio diverso offrendoci così una panoramica a 360° dell'ambiente e delle vicende. L'alternanza dei vari punti di vista e la brevità dei capitoli crea un ritmo narrativo sostenuto che ci porta da un ambiente all'altro in poco tempo, conferendo all'esperienza di lettura  un taglio cinematografico. Questi punti di vista poi non sono mai scollegati uno dall'altro e, soprattutto, fanno sì che di ogni personaggio conosciamo i sentimenti, la paura, i dubbi e decidiamo subito da che parte stare. Fin qui niente da dire. 

Cos'è allora che mi ha fatto storcere il naso e non apprezzare a fondo questo libro? La nota dolente, a mio parere, è che tutte le aspettative create attorno ai Signori del Gufo, aka i maestri oscuri, vengono disattese malamente. "Much ado about nothing" direbbe il Bardo. Tutto fumo e niente arrosto dico io. L'alone di mistero che aleggia intorno a loro aumenta la nostra curiosità ma alla fine l'immagine che ci viene restituita è quella di un'organizzazione criminale locale, dei delinquenti autorizzati , niente di più e niente di meno. Inoltre quello che voleva essere il colpo di scena finale è una rivelazione telefonatissima, elemento che disturba ancora di più in un finale chiuso, a mio parere, in modo frettoloso e approssimativo. Tutta la parte mystery poi poggia su una base fantasy molto ambigua che investe pochissimo i maestri oscuri del titolo ma è appannaggio quasi esclusivo di personaggi secondari che incontreremo nel corso della storia. Gli elementi fantastici sembrano in alcuni casi mutuati dalle credenze popolari dell'epoca, e così funzionano benissimo, salvo poi evocare, in altri momenti, suggestioni che stridono in questo contesto, giacché il romanzo, sin dalle premesse, si presenta come profondamente radicato alla realtà storica descritta. Gli stessi riti dei maestri oscuri sembrano più tribali che paranormali. Insomma l'elemento fantastico, se doveva esserci, avrebbe dovuto, a mio parere, essere messo al servizio dei maestri oscuri, contribuendo a porli al centro della narrazione. 
Per questi motivi tutto l' impianto narrativo, portato avanti magistralmente da personaggi ben scritti, si dissolve in una nuvola di fumo. Si rimane alla fine con un senso di incompiutezza che mette in ombra inevitabilmente anche tutti gli aspetti positivi e apprezzati dell'opera. 

Parte di questa delusione a malincuore la devo imputare a chi ha avuto la brillante idea di scrivere sulla copertina la dicitura "thriller storico". Le aspettative che il lettore si crea, come dicevo all'inizio, vengono chiaramente disattese. Se proviamo  a dare un'occhiata alla copertina inglese, praticamente identica in quanto a grafica, troviamo invece un sottotitolo che dà indicazioni più chiare al lettore: "a novel of the Dark Ages". 
Ecco, così non mi sarei sentita presa in giro. Certo non avrebbe cancellato la delusione finale e gli  elemento poco apprezzati, ma l'avrei semplicemente imputato al mio gusto personale. 




Sui prossimi due libri cercherò di spendere poche parole, soprattutto perché sono entrambi la prima parte di un'opera in più volumi, per cui darne un giudizio definitivo adesso sarebbe sbagliato. In genere, anche se il primo libro di una saga, trilogia o quello che è non mi convince del tutto, gli do comunque una possibilità. E sarà così anche in questo caso perché, almeno in ambito libresco, sono un'inguaribile ottimista! Inoltre sono talmente famosi che non occorre che io mi spenda in fiumi di parole.

Ora, so già che se per puro caso, qualche web-errante si trovasse da queste parti e leggesse questo post mi beccherei i peggiori anatemi possibili. I testi di cui parlo infatti hanno avuto un grande successo di pubblico. Sto parlando de "l'Ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafón e di, ebbene si, "La casa per bambini speciali di Miss Peregrine" di Ransom Riggs.
Premetto però che vale qui lo stesso discorso che ho fatto per "I maestri oscuri". 
Non è che io li reputi delle fetecchie ma ci sono degli elementi che comunque non mi hanno permesso di promuoverli a pieni voti. 

Mi spiego meglio, partendo dal primo


 L'OMBRA DEL VENTO





Titolo: L'ombra del vento
Autore: Carlos Ruiz Zafón
Editore: Mondadori
Data di uscita: 03/07/2006
Pagine: 448



Lo confesso. I bestseller mi fanno sempre un po' paura. Quando un libro diventa un successo mondiale e ne parlano tutti non so mai cosa aspettarmi. Di solito, passata l'euforia e spenti i riflettori, lo vado a recuperare, perché sono una lettrice curiosa e talvolta anche masochista. Quando ho iniziato a leggere "L'ombra del vento" non avevo nessun tipo di aspettativa né alcun preconcetto, perché mi era stato consigliato da lettori di cui mi fido.
In effetti non posso dire che non mi sia piaciuto ma non me la sento di definirlo un capolavoro purtroppo.

Un'accenno alla TRAMA : Siamo a Barcellona nell'estate del 1945. Il piccolo Daniel Sempere viene portato da suo padre, proprietario di una piccola libreria, in un posto molto particolare.
Un luogo dove vengono conservati tutti quei libri dimenticati dal tempo. Siamo nel Cimitero dei libri dimenticati, dove i libri vengono salvati dall'effetto devastante dell'oblio. Il padre di Daniel, come da tradizione, gli chiede di sceglierne uno e "adottarlo". Il ragazzo, senza esitazione sceglie un'opera di un certo Juliàn Carax, dal titolo "L'ombra del vento". 

Se c'è una cosa che amo di un libro è quando parla di altri libri. Il vero protagonista, ci rendiamo conto man mano che procediamo nella lettura, è  proprio quest'opera.
Le vite di tutti i personaggi che incontriamo si intrecciano grazie ad esso.
Daniel si sentirà talmente legato alla figura dell'autore da intraprendere una ricerca personale per scoprire qualcosa di più su questa figura che pare avvolta nel mistero. 
In questa sua impresa sarà accompagnato, tra gli altri, da Fermin Romero de Torres, un personaggio che con i suoi saggi consigli e il suo pungente umorismo mi ha conquistata sin da subito.
Ho amato tantissimo Fermin. A mio parere è il protagonista dai dialoghi più belli, più saggi e più divertenti di tutto il libro.



                  "Mi ascolti, Daniel! Il destino suole appostarsi dietro l'angolo,
                  come un borsaiolo, una prostituta o un venditore di biglietti della lotteria,
                  le sue incarnazioni più frequenti.
                  Ma non fa mai visite a domicilio. Bisogna andare a cercarlo."



                 "-Torni immediatamente a letto Fermin, per l'amor di Dio.-
                   -Non se ne parla neanche. è un dato statistico: muore più gente nel 
                         proprio letto che in trincea." [...]
                   -Va bene, ma se solo solleva qualcosa più pesante di una matita, mi sentirà."
                   -"Ai suoi ordini. Ha la mia parola che oggi non solleverò neanche un dubbio."



In generale tutti i personaggi sono sviluppati bene. Spesso ci vengono forniti particolari anche di personaggi marginali. Tante microstorie che si innestano nella storia principiale. 
Tutti questi personaggi si muovono e agiscono in una Barcellona molto cupa, gotica quasi, dal cielo plumbeo. Una città immobile, avvolta nella nebbia, che rispecchia il momento storico che sta vivendo: Francisco Franco è al potere. La Spagna è sotto un regime dittatoriale. Il senso di oppressione è palpabile. Questo è forse l'aspetto che mi ha colpito maggiormente. Nell'immaginario comune  la Spagna è sempre associata ad un'idea di allegria, positività, cieli azzurri e sole a catinelle, come direbbe Zalone. 
Questo lato decadente non l'avevo mai considerato e mi ha davvero conquistata. Chiuso il libro, ho proprio desiderato immergermi di nuovo in quell'atmosfera. 

Purtroppo non posso dire altrettanto del resto. Nonostante Zafón riesca a destreggiarsi bene tra vari piani temporali e vari generi letterari (perché "L'ombra del vento" è un giallo ma anche romanzo storico, di formazione, sentimentale, comico persino) ad un certo punto l'impalcatura, talmente ricca di fatti, personaggi, trame e sottotrame, sembra crollare. A tre quarti del libro ho avuto come l'impressione che l'autore non riuscisse più a "saltarci fuori" come dicono da queste parti. 

Una cosa che poi ho trovato davvero inverosimile è che ogni personaggio che Daniel incontra, e al quale chiede informazioni riguardo Carax , sembra quasi che non aspettasse altro. 
Tutto questo alone di mistero sul suo conto e poi tutti sanno tutto di lui e non vedono l'ora di rivelarlo ad un diciottenne sbarbatello che neanche conoscono.
Questi mini racconti, in genere di diverse pagine, presi da soli, fuori dal loro contesto, sono ben fatti e in certi casi, per quanto mi riguarda, mi hanno appassionato più del romanzo stesso, ma sono inseriti malissimo all'interno dell'opera principale, in modo poco credibile. Uno su tutti, il racconto di Jacinta.
Apprendiamo poco prima che Jacinta è una donna anziana ricoverata in un ospizio. Quando Daniel e Fermin la incontrano per chiederle informazioni su Carax, la vecchina, che sonnecchiava su una sedia, ha appena un filo di voce "la voce era un soffio" ci fa sapere Daniel. Da quando apre la bocca parte un racconto di ben 19 pagine, molto dettagliato. Ora, anche ammettendo che a Jacinta fosse venuta tutta questa voglia di parlare, appurato che l'anziana donna sia lucida, può mai essere che si metta a raccontare particolari anche molto personali della sua vita a due emeriti sconosciuti? Inoltre i due non hanno molto tempo per stare lì con lei (non dico il motivo in quanto farei spoiler). Puoi sospendere l'incredulità quanto vuoi ma da qui in poi ogni mini racconto di questo tipo sarà inserito nella storia in modo maldestro e lo si avvertirà.

Il finale poi è pressoché scontato. Ci accorgiamo che tutti quei racconti non ci hanno lasciato neanche un po' di dubbio o suspence. Come se Zafón si fosse giocato subito tutte le carte e ci avesse bruciato il finale. 
Peccato davvero. Nonostante ciò Fermin Romero de Torres rimane uno dei personaggi più belli e interessanti che io abbia incontrato durante il 2016. E proprio per lui e per la cupa Barcellona credo che leggerò il seguito "Il gioco dell'angelo. Dai Zafón, sorprendimi!




Infine, e qui mi gioco ogni ipotetico follower, l'ultimo libro che non mi ha convinto tra le mie letture dello scorso anno è stato   


 LA CASA PER BAMBINI SPECIALI DI MISS PEREGRINE





Titolo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
Autore: Ransom Riggs
Editore: Bur Rizzoli
Data di uscita: 2012
Pagine: 382



Ok, vado a mettermi in un angolino in ginocchio coi ceci sotto!
Mea culpa. Già, la colpa è mia. Il "packaging" del libro mi aveva dato l'idea di trovarmi di fronte ad una storia creepy alla "American horror story", per intenderci. Insomma, quelle meravigliose foto mi facevano pregustare una storia horror o che ci andasse perlomeno vicino. 
Non avendo letto la trama ne ero proprio convinta
E niente. Come non  detto. Mi sono sbagliata, ci può stare.

La TRAMA è nota a tutti, anche grazie alla recente uscita della versione cinematografica diretta da Tim Burton. Jacob Portman, a seguito di una tragedia familiare, si reca in una piccola isola gallese, per cercare un gruppo di bambini dalle particolari abilità, che vivono in una casa sotto l'ala protettiva (LOL) della direttrice miss Peregrine. Di queste persone e di questa casa il nonno gli ha parlato molte volte durante la sua infanzia. Jacob vuole così scoprire quanto ci sia di vero negli strani racconti del nonno. 

Ammetto che, nonostante mi aspettassi altro, la storia in sé non mi è dispiaciuta.
Sono ancora curiosa di sapere come va avanti, dopo il primo volume, anche perché, in tutta franchezza, non ci ho capito molto. Sarà l'età. Magari adesso che i bambini, grazie alla magia del marketing, sono diventati ragazzi, ci capirò qualcosa. Mah.
Magari mi affezionerò al piccolo Jacob, visto che tra noi non è scoccata la scintilla.
Spero che nel frattempo anche Riggs si sia affezionato a lui, visto che sentimenti da parte sua, nei confronti del ragazzo ne ho avvertiti pochini.
Detto questo, trovo interessante la parte storica riguardante il nonno e, ovviamente i bambini, insolita per un fantasy. Inoltre sono curiosa di vedere come verranno gestiti i vari piani temporali e il problema "Giorno della marmotta". Ehm, si, ci siamo capiti. Spoiler free version, la mia.
Però aspetterò in tutta calma che si decidano a stampare delle edizioni economiche perché noi povery le edizioni in kartonato non ce le possiamo permettere 11!!1! 

Dopo questo lungo polpettone, dato che si è fatta una certa, mi ritiro nelle mie stanze, sperando di non averti offeso web-errante che ti sei trovato a passare di qui e hai avuto l'ardire di andare fino in fondo a questo mio delirio scritto. Anzi, se hai voglia di smentirmi e dirmi la tua, fatti avanti. Sappi che queste sono solo impressioni personali dettate dal gusto di una lettrice sclerata con qualche capello bianco e le moppine coi pon pon.
Capito il soggetto?



Pace & onestà intellettuale
Stay tuned